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By Franco Panariti of ControSterzo (2003)

(Article provided by Lisiane Polli)

 

L’ex pilota padovano che detiene la leadership nella graduatoria dei GP disputati, ben 256, sulle piste lo si vede in qualche rara occasione. Oggi si gode la famiglia e si diverte con i suoi hobby che non contemplano auto da corsa, ma qualche sassolino nella scarpa gli è rimasto. E se lo è tolto parlando con Controsterzo.

Quando cerchi un ex pilota di F.1, nella maggioranza dei casi non esistono grandi difficoltà per rintracciarlo. Basta recarsi in un autodromo in occasione di qualche gara importante, di qualche test F.1, e loro sono lì, a guardare, a sognare, a ricordare. Ma non pensate mai di farlo se avete intenzione di parlare con Riccardo Patrese. Se dovete intervistarlo, infatti, sono dolori! Non perché non sia disponibile, questo no. Il problema è che lui, dal giorno in cui ha lasciato l’automobilismo attivo, delle corse non si interessa più, ed è talmente impegnato nelle sue nuove attività che è sempre difficile agguantarlo. Affari? Impegni di lavoro? No! Ora il tempo di Riccardo Patrese si divide equamente tra: tennis, nuoto, motonautica, golf, equitazione, sci e naturalmente calcio, visto che gioca ancora nella Nazionale dei piloti di cui è anche il presidente. Possibile che il pilota che ha calcato più di tutti il mondiale di F.1, detentore del record delle gare disputate (256) si sia così distaccato da quel mondo? 

Riccardo ci pensi mai a quel record? Credi che qualcuno lo supererà?

“Credo che sarà difficile perché la F.1 di adesso ti porta al successo, o ti mette da parte, velocemente. Non ha tempo per maturare come accadeva all’epoca, quando avevamo quattro anche cinque stagioni per imparare, migliorare e poi esplodere. Lo stesso Michael Schumacher, arrivato prestissimo al successo, potrebbe sentirsi appagato e magari rallentare il ritmo. Forse lui potrebbe raggiungermi”. 

Resta il fatto che la tua generazione sputava sangue nelle formule minori per guadagnarsi un posto al sole. Ora abbiamo Button, Raikkonen, Alonso che sono arrivati in F.1 giovanissimi e magari poi verranno velocemente scartati…

Un tempo non esisteva questa esasperazione per arrivare subito ai massimi livelli. Si faceva gavetta arrivando in una scuderia minore, dove si pensava a crescere finché non si raggiungeva l’esperienza giusta  per puntare a qualche cosa di importante. Oggi non sappiamo se Raikkonen è veramente un fenomeno. Ha sfruttato bene l’occasione e guida una macchina da mondiale, la McLaren, quindi deve solo fare bene. Non dimentichiamoci Jenson Button. Era un fenomeno al primo anno con la Williams e un signor nessuno il secondo, quando ha incontrato difficoltà con una macchina difficile, la Benetton. Per Raikkonen molto dipenderà da quanto riuscirà a resistere alle pressioni interne al team e a quelle esterne. In Sauber gli era sicuramente tutto più facile. Effettua pochi sorpassi? Come si corre adesso in F.1 i sorpassi non servono a niente. Quelli si fanno ai box. Non sono più determinanti come una volta. Ora ci sono tattiche e alchimie. E’ triste, ma si corre così. Questo è quello che vogliono e questo è quello che ottengono”. 

Noto che i giovani piloti di oggi hanno una certa fragilità caratteriale. Ricordo bene cosa ti è successo quando muovevi i primi passi in F.1, con quell’incidente a Monza in cui nel 1978 morì Ronnie Peterson. Tentarono di distruggerti addossandoti una colpa che non avevi, ma fosti fortissimo, mostrando un carattere di ferro…

“Non è che in quei momenti abbia vissuto molto bene. Ho cercato di resistere superando la cosa. Era una situazione che poteva distruggermi e invece ha finito per rafforzare il mio carattere anche se mi ha creato tantissimi problemi di socializzazione. Agli inizi della mia carriera ero abbastanza introverso, distaccato, e questo atteggiamento veniva scambiato per arroganza. Essere stato maltrattato e criticato dopo l’incidente di Monza mi ha creato una corazza durissima che solo nella seconda parte della mia carriera si è ammorbidita. Credo che quell’episodio mi abbia portato a chiudermi verso il prossimo ancora di più e per questo non sono stato un personaggio molto amato”. 

Eri comunque un pilota alle prime armi in F.1, come lo era, per fare un esempio, Jenson Button quando, passato dalla Williams alla Benetton, è andato in crisi pur senza aver subito niente di paragonabile a quanto passasti tu… Riccardo, eravate una generazione più forte!

“Se andiamo ancora più indietro nella storia di questo sport, allora debbi dire che i piloti degli anni Sessanta e Settanta erano veramente dei cavalieri del rischio. Purtroppo, come in tante altre discipline sportive, ora tutto è diventato artificiale. Più Show e meno Sport. Il professionismo è talmente esasperato e gli interessi economici sono così forti che si lascia poco spazio alla personalità, necessariamente uniformate agli schemi che garantiscono un certo riscontro economico”. 

Quel’è stata la tua vittoria più bella ?

“Quella di Imola del 1990 con la Williams-Renault perché mi tirò fuori da un momento di stallo. Poi posso dire che sono state tutte belle perché non è che io ne abbia ottenute cinquanta di vittorie, ne ho sei da ricordare…” 

Mi ero segnato Imola perché ricordo anche i fischi, le urla e gli improperi contro di te da parte dei tifosi italiani, sette anni prima…

“E chi li sentiva? Tu sei dentro la macchina con il tuo casco in testa, attento a ciò che fai, e non senti nulla. Sai solo che hai perso una gara già vinta. E’ stato un episodio che dimostra quanto a volte il tifo sia ingiusto in Italia. Mi consola che forse gli stessi personaggi erano felicissimi per me quando vinsi”. 

Dei tantissimi compagni di squadra che hai avuto, chi ricordi con più piacere?

“Non ho ricordi negativi. Jochen Mass, in Arrows, agli inizi di carriera mi faceva quasi da papà e siamo stati molto bene insieme. Come con Nigel Mansell in Williams, anche se l’inglese era un piagnone, o con Nelson Piquet, che ho trovato in Brabham, fantastico compagno in pista ma soprattutto nel paddock e fuori. Con lui si era sempre pronti allo scherzo. Anche con Schumacher, nel mio ultimo anno di F.1, ho avuto un’ottimo rapporto. Con tutti c’è stato sempre molto agonismo, perché il compagno di squadra è il tuo primo avversario”. 

Nei tuoi cinque anni alla Williams, tra il 1988 e  il 1992, ero convinto che saresti riuscito a diventare campione del mondo…

“Nel 1992 sentivo che potevo puntare al mondiale, almeno sino a metà stagione. Poi a Magny-Cours mi fu detto chiaramente che avrei dovuto lasciare il passo al mio compagno di squadra, Mansell. Quella richiesta mi fece capire che non sarei mai potuto diventare campione del mondo in un team inglese se il mio compagno di squadra fosse stato britannico. Al contrario di quello che accade in Italia, dove nessuno si preoccupa di mettere un pilota italiano su una macchina italiana vincente, in Gran Bretagna sono molto nazionalisti. Già durante l’inverno che precedette la stagione 1992, constatato il grande livello di competitività della Williams-Renault e capito che la vittoria non poteva sfuggirci, iniziai a temere che il pilota “destinato” a vincere sarebbe stato Mansell”. 

E allora parliamo di Ferrari e Patrese.

“Con il team di Maranello non si è mai concretizzato nulla. Nonostante l’ingenier Ferrari mi avesse detto, quando ero all’inizio della carriera in F.1, che mi avrebbe portato nella sua squadra, credo che qualche suo consiliere gli abbia fornito delle informazioni non certo favorevoli sul mio conto. Tutto svanì quando nel 1981 presoro Didier Pironi. Sino a quel momento ci fu la volontà di tutte e due le parti di raggiungere un accordo. Successivamente, con l’arrivo di Cesare Fiorio, ci fu un riavvicinamento, ma in quel momento badavo di più a correre con una macchina che mi poteva offrire maggiori garanzie”. 

Quali sono stati i team manager con cui hai avuto maggiore feeling?

“Sicuramente Bernie Ecclestone. E’ stato eccezionale con me e gli devo molto. Basta pensare che mi ha rivoluto nella sua squadra, la Brabham, dopo gli anni bui con l’Euroracing Alfa Romeo. Tutta la mia carriera è sempre stata condizionata dai suoi consigli. Basti pensare che quando aveva deciso di vendere la Brabham, mi ha liberato una gara prima per farmi correre con la Williams. E’ stato il mio angelo custode. Ma ricordo bene tutti Alan Rees, Frank Williams e Patrick Head”.

Hai dimenticato Flavio Briatore dell’allora Benetton…

“Io non lo chiamo Flavio, lo chiamo signor Briatore. Lui non lo si può considerare un amico. Bada soltanto ai suoi interessi, ma credo che non abbia curato nemmeno quelli quando alla fine del 1993 mi costrinse a smettere. Io non ho più corso in F.1, ma l’anno dopo lui ha cambiato tre piloti e quando Schumacher è andato via, la Benetton ha fatto schifo. Questo vuol dire che quando gli dicevo che la B193 non andava, avevo ragione. Perché le vittorie di Michael Schumacher erano solo sue e non della monoposto. Il tedesco, se guida un carciofo lo fa vincere e lo ha dimostrato anche in Ferrari nelle prime stagioni. La sua bravura è proprio quella di ottenere dei successi con macchine non proprio competitive. Ha vinto due mondiali con una monoposto con cui i compagni di squadra non ottenevano nulla. Schumacher è un pilota superiore agli altri. Non parliamo di Briatore per piacere”. 

Credi che il livello dei piloti attuale sia un po’ plafonato?

“Una volta in pista, e tutti assieme, c’erano Prost, Senna, Mansell, Piquet, Rosberg, Lauda, Berger. Era un’altra cosa. Chi vinceva batteva dei super campioni. Michael ha avuto la sfortuna di non poter essere consacrato come il miglior pilota in assoluto per via della tragedia di Senna. Non ha potuto battersi con Ayrton. Tra di loro avremmo potuto vedere delle cose fantastiche. La verità però, è che Michael è di quella pasta lì: è un fuoriclasse. Con il ritiro di Hakkinen la superiorità di Schumacher è apparsa ancora più imbarazzante. Sta crescendo Montoya, ma ho l’impressione che alterni grandi gare, come quella di Monte Carlo, a delle paurose flessioni. Ne stiamo facendo un mito ancora prima di vederlo veramente fare delle cose importanti. E’ come con Alesi. Un ragazzo simpatico, spettacolare, generoso, ma in carriera ha ottenuto una sola vittoria e poi che cosa ha combinato? Un sorpasso con la Tyrrell a Senna a Phoenix, ma ci si dimentica che Alesi correva con delle Pirelli stratosferiche, le stesse che misero in prima fila anche una Minardi. A volte siete proprio voi della stampa che create dei falsi miti!”. 

Quando ti ritirasti dicesti: “Correrò solo se potrò disporre di una macchina competitiva”. Non la trovasti e ora fai altre cose. In questo momento penso al povero Michele Albereto…

“Decisi di chiudere dopo la morte di  Ayrton, pochi mesi dopo la mia uscita di scena dalla F.1. Non avevo stimoli, anche perché volevo solo correre ad alto livello. Era giusto che dopo 17 anni di F.1, e dopo una tragedia simile, ritornassi alla mia famiglia. Ho tentato qualche prova nel Turismo con la Ford e a LeMans con la Nissan, ma non ha funzionato. Per Michele invece era diverso. Lui godeva nello stare al volante di una macchina, provava piacere nel momento della partenza, a sentirsi pilota e protagonista. Lo avete visto spesso in programmi televisivi, al contrario di me. Non mi interessava più essere protagonista. Sono ritornato nella normalità e ne sono felice. Ho una bella famiglia. Le due gemelle sono bravissime in equitazione, amo lo sport in generale, ho investito bene i miei guadagni, quindi occupo la mia vita, grazie ai guadagni  ottenuti con le corse, concentrandomi nei miei hobby. Sbaglio?”. 

Assolutamente no, Riccardo. Anzi, m’inchino alla tua saggezza e alla tua serenità.

© ControSterzo - Article added in April 17 2005